Visualizzazione post con etichetta Home Page. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Home Page. Mostra tutti i post

sabato 30 marzo 2013


Un clandestino all'A. C. Milan

 

"Un conato di vomito mi scuote. Cerco la sponda di questa latrina malamente galleggiante per non aggiungere il mio schifo a quest’inferno di corpi, escrementi e lamenti. Ma la sponda è un miraggio inarrivabile, oltre il carnaio. Così ingoio veleno, l’ennesimo boccone da quando mi fingo Clandestino.

Dei giorni passati a maledire il mare di sabbia che separa Agades, in Niger, dalla costa libica, ho già scritto. Oggi, all’alba del 20 novembre, dopo due giorni di mare grosso, malediciamo questo deserto d’acqua.

Siamo circa in duecento su questo gozzo di ruggine e fetore. I più sono ragazzi, come il mio amico Kofi, ghanese di 16 anni, milanista, ma conto almeno trenta donne e sento il pianto dei bambini. Poi ci sono Loro, i trafficanti, che un attimo ti consolano, “l’Italia è lì”, dicono, e un istante dopo t’assestano un colpo se gli chiedi dell’acqua.

Kofi, come gli altri, sa che quando sbarcheremo (taccio il mio “se”) sarà più povero che al suo paese, ma è convito che allora avrà la Vita nelle sue mani, e per questo, e per giocare nel Milan, affronta la tortura di questo viaggio. Così anche gli altri. Così gli occhi di Kofi si accendono quando sente dire Italia, come quelli degli altri. E così anche i miei che sognano casa. Ma non quelli di Oliver, 21 anni, nigeriano, spenti da un poliziotto per pochi Franchi al confine tra Algeria e Libia.
Ma c’è ancora troppo mare tra questi disperati e la speranza, mentre i trafficanti si fanno sempre più nervosi. E quando un’onda scuote più forte lo scafo, prometto a Kofi, bianco di paura, un nuovo paio di scarpini."

Questo brevissimo testo è, in realtà, un'esercizitazione del corso di Linguaggi del Giornalismo, di Sienze della Comunicazione, in cui, in circa 1500 battute, era richiesto di "farsi" cronista e di restituire la sensazione di "essere dentro la situazione".
Ho voluto sfruttare l'occasione dell'esercizio per fare (per mia fortuna solo con la fantasia) uno di quei viaggi lì, sì, uno di quei tanti viaggi che tutti conosciamo. Si è trattato di un breve percorso, ma che mi ha toccato rimanendomi dentro. Perciò oggi, 30 marzo 2013, vigilia di Pasqua, con la cronaca che ci informa di altri 2 ragazzi (Kofi? Oliver?) rimasti vittime di questa giostra mortale, pubblico il mio piccolo scritto a mo' di preghiera per questo esercito di anime.

domenica 17 marzo 2013



Un “racconto d’oggi”: riflessione su una nuova narrazione

La “Globalizzazione dal basso”, un nuovo filone letterario?


Di cosa ci potrebbe parlare (e ci parla) la fiction al giorno d’oggi? Quale caratteristiche e finalità potrebbe avere (ed ha)? Esistono caratteristiche comuni alle nuove forme di narrazione? E se sì, quali sono?

La Professoressa Livia De Pietro, critica letteraria e personalità attiva in campo culturale e sociale, ritiene di sì. E, di fronte alla necessità di recensire talune opere (tra cui inserisce il mio racconto breve, “La badante”), parla di un nuovo filone letterario definendolo “Globalizzazione dal basso”. Un filone non ancora riconosciuto, ma vivo e attivo. Parto perciò dal suo spunto, nel quale riconosco un mio personale e deliberato intento narrativo, per formulare un’ipotesi complessiva che tenta di fornire una cornice di ambiente e di intenti a questa nuova (ma già ricca) tendenza narrativa. Ai lettori verificare e integrare con le proprie esperienze di scrittori e fruitori di fiction.

Marshall McLhuan
Alla fine si parte sempre da lui: MarshallMcLuhan. Con una celebre intuizione, il sociologo di “Galassia Gutenberg” e di “Villaggio globale”, afferma che l’emergere di una nuova tecnologia nello stesso campo dove precedentemente operava un altro medium, trasforma quest’ultimo in un’arte, in uno sport, in un hobby. Ossia, un nuovo medium non elimina il precedente, ma lo ingloba come suo contenuto.

Succede con l’avvento dell’automobile che trasforma il cavalcare da necessità di spostamento a un nobile sport; con la motorizzazione della navigazione che fa della vela un hobby, uno svago per turisti facoltosi; con l’affermarsi della fotografia che consente all’arte figurativa, al quadro, di sganciarsi dalla necessità della figurazione, quindi di esplorare nuove vie e di evolvere il linguaggio verso un’arte “pura” – dove sarà la fotografia, d’ora in poi, ad assumersi l’onere di documentare la realtà –; e così per il cinema, che farà del teatro il proprio contenuto, e per la tv, che farà lo stesso col cinema ecc., ecc..

Ma l'intuizione di McLuhan diventa perfino visionaria, e per questo ancor più affascinante, quando egli, evolvendo il concetto, afferma che lo Sputnik, lanciato nel ’57, “ha reso obsoleta la terra”. Ossia lo Sputnik, con le sue circa 1.400 orbite attorno alla terra, ci rivela l’esistenza di un nuovo supporto sul quale è possibile muoversi e comunicare. Non più, quindi, la sola superficie terrestre, bensì esso rivela la nascita di un nuovo medium, più evoluto e più esteso della terra stessa. Un nuovo medium che avvolge la terra, che la ingloba, che fa di essa il proprio contenuto.

Ecco perciò che, da quell’ottobre del ’57, tutti siamo costretti a guardare alla terra in modo diverso, a guardarla nel suo insieme, in modo globale, a costruirci un’immagine mentale che prima non esisteva (ancora fino a metà dell’900 la parola “terra”, per i più, era la terra da coltivare, oggi, invece, è più probabile che evochi l’immagine del Pianeta Azzurro immerso nel buio spaziale). La terra stessa, a questo punto, si trasforma in oggetto di interesse. Diviene oggetto di interesse globale per i politici, per le economie, ma anche per tutti gli abitanti del pianeta: non è una coincidenza che proprio nei primi anni ’60 nasce una nuova coscienza ambientalista, che si interroga e preoccupa delle sorti dell’intero pianeta, che da vita alle prime marce contro il nucleare e alle mobilitazioni per la pace. Può sfuggire, allora, alla sensibile antenna dell’arte e agli artisti, questo “nuovo” oggetto di interesse? E infatti non le sfugge. La terra, il “vecchio” medium per la trasmissione dell’informazione, ormai reso “obsoleto” perché avvolto come un cioccolatino Lindt dall’orbita dei satelliti di telecomunicazioni e delle reti informatiche, diventa un oggetto d’arte, o meglio, l’oggetto di una nuova arte.
(Foto di Yann Arthus-Bertrand)
È quella che un allievo di McLuhan, Derrickde Kerckhove, tenta di sistematizzare con una formula che chiama Global Art, e di cui rintraccia espressioni e contenuti: le espressioni, che fa risalire fino a Marinetti, con i primi ingenui, ai nostri occhi, tentativi di Comunication Art e che si esprimeranno più compiutamente a partire dagli anni ’60; i contenuti, che si rivolgono alla Terra come fonte d’ispirazione artistica e che ricercano l’emozione, la sensibilità globale, e una poesia del mondo (tra i tanti esempi citati da de Kerckhove, questo splendido film,  "Home", di Yann Arthus-Bertrand). Una nuova sensibilità ambientale e ambientalista, consapevole dell’unicità del mondo, del comune destino dell’uomo e di tutte le specie viventi.

Ma, affianco a questa possibile lettura dell’origine di un'arte globale e globalizzata, convive un altro aspetto che, benché apparentemente orientato in senso opposto a quanto finora detto, al contrario, rappresenta l'altra faccia della stessa medaglia. Si tratta di qualcosa che riporta il fenomeno della globalizzazione, così come la stratificazione culturale lo costruisce nell’immaginario collettivo, a una dimensione umana. Ossia, lo riporta alla dimensione dell’agire quotidiano, individuale e locale. Mi riferisco al fatto che qualsiasi fenomeno, di qualsiasi dimensione e portata, in ultimo e inevitabilmente, trova e deve trovare la sua concretizzazione nell’agire situato. Deve avvenire in un luogo fisico preciso, essere attuato da persone reali, da singoli individui in specifici contesti spazio-temporali. Insomma, il così detto fenomeno Glocale: globale più locale.

E’ in questo ambito, dal mio punto di vista, si inserisce il filone letterario della “Globalizzazione dal basso”. Un filone narrativo che inspira atmosfera globale ed espira fatti situati ed animati nelle vicende locali e individuali, cioè, che li traduce in “vita”.

Il perché tale filone debba interessarsi a ciò è quasi scontato, è il mondo in cui viviamo e raccontandocelo cerchiamo di capirlo, un mondo che si muove secondo queste due polarità:

·         da un lato, i fenomeni globali, che si manifestano sia negli aspetti più noti ed evidenti, come i flussi economici, migratori, informativi, planetari, sia in quelli più positivi, anche meno riconosciuti, come la capacità di emozione globale (prendiamo, ad esempio, le reazioni in tutto il mondo agli ultimi stupri avvenuti in India, o il ballo Onebillion rising, contro il femminicidio);

·         l’altra polarità è costituita dall’aspetto locale, poiché ogni fenomeno deve situarsi in luoghi fisici e incarnarsi in persone reali (tornando alle proteste contro gli stupri o al ballo planetario, è necessario che persone vere, singolarmente e con le loro storie uniche, scendano in piazza per protestare o per ballare, e che questo avvenga in strade precise e piazze vere, cambiando la fisionomia di quei luoghi).

Perciò, esattamente come avviene nella realtà, questo filone va correlando consapevolmente le due scale, globale e locale, e in ciò utilizzando la sensibilità globale di un’arte che ha per oggetto il Mondo, l’Individuo e l’Ambiente tutto (l’habitat, la “casa comune”).

Quali, invece, possono essere gli obiettivi e il senso di tale frequentazione e indagine? Io individuo (e personalmente perseguo), almeno tre finalità.


(Immagine presa dal sito TorriToday)
Una prima riguarda l’indagine dei cambiamenti. Nella dispiegazione narrativa, nella strutturazione dei personaggi, nel loro prender corpo, infatti, è possibile individuare e descrivere i cambiamenti che i fenomeni globali agiscono dentro le persone e nei luoghi. Cambiamenti profondi che avvengono nelle nostre teste: basta dire “badante” per evocare tutto un immaginario dettatoci dalla globalizzazione (una fisionomia, una lingua, una ragione politico-storica per cui…); così come “filippino” non è quasi più una nazionalità, ma un mestiere. Cambiamenti profondi, poi, nei luoghi: la Borgata Finocchio, citata nel mio racconto, è un luogo scelto, al tempo stesso, dai flussi globali e dalle persone reali. Da cui, indagare su come e in cosa si trasforma quello specifico posto. Scoprendolo un crogiuolo di umanità, un luogo di diversità: “dove essere diversi è l’unico modo per essere uguali”. E, perciò domandarsi se Finocchio è ancora una periferia di Roma o il centro del mondo (probabilmente l’uno e l’altro, con tanto di disagi di un posto “trafficato” e “plurale”, ma anche di qualche buona opportunità).

Una seconda finalità è quella di restituire dimensione “umana” a fenomeni altresì percepiti come troppo grandi, sovra-personali, spersonalizzanti e, quindi, annichilenti e deresponsabilizzanti. Riportare al vissuto “reale” e “concreto” dei personaggi (paradosso della fiction) le azioni che poi concorrono a generare i fenomeni globali, restituisce la responsabilità e l’onore dell’agire all’individuo. Come la responsabilità individuale di produrre atteggiamenti aperti e di accoglimento o di rifiuto e di razzismo. Oppure di sentirsi partecipi e incisivi, protagonisti, nella misura di Uno, dei cambiamenti.

Terza finalità è quella di ricercare, indagando dentro le vite, le storie, i sentimenti, dei fatti narrati, possibili chiavi di lettura alternative agli slogan e alle soluzioni troppo semplicistiche (le potenti armi della deresponsabilizzazione) che pretendono di spiegare fenomeni troppo complessi. Inverare il disagio, ovunque e in chiunque si produca, incarnarlo nelle persone, nelle emozioni e nelle motivazioni che muovono i fatti nelle narrazioni, dotarli di senso, sono tutti strumenti utili alla riflessione e alla conoscenza. Attraverso di essi è possibile fare percorsi di avvicinamento e produrre l’incontro fra diversi valori, visioni, culture.

Non si tratta, come in questi casi qualcuno usa obiettare, di ingenuo positivismo o di ignorare e nascondere i conflitti, i problemi, i rischi, potenziali e reali che scaturiscono dai fenomeni globali. Non è questo genere narrativo né rassicurante, né buonista, né tantomeno rinunciatario del conflitto e della denuncia. Tutt’altro, piuttosto vuole guardare dentro le cose (forse perfino con approccio Naturalista), con consapevolezza, curiosità, sensibilità. È l’intento di chi si interroga per comprendere e per crescere, affrontando i problemi (anche con sofferenza artistica) senza chiudere gli occhi di fronte ad essi. L’obiettivo di vuol provare a progettare e guidare i cambiamenti e non restarne vittima.

Insomma, per quel che mi riguarda il “racconto di oggi” esiste, ha una sua fisionomia, una sua consapevole identità e dignità morale. Ognuno di voi potrà ricercarla nelle sue letture, nel cinema, nella musica e nelle fertilissime arti visive (e magari riportare qui le proprie esperienze). Ai critici, invece, l’onere e l’onore di trovargli il nome che, come al solito, per quanto contestato, rifiutato, distinguizzato, sarà destinato ad accompagnarlo nella storia.

Augusto Monachesi

martedì 12 marzo 2013

"La badande", un racconto breve scritto per il concorso "Speciale Donna 2013"


La Badante

(racconto breve) 

“D’improvviso, la testa si riempie di un frastuono di vento...” Mi ricorda certi giorni sulla collina. In quei giorni di vento ci salivo apposta, lassù, a offrire l’adolescenza che mi mordeva in corpo ai primi cenni d’estate. Mentre il paesaggio, ingenuo, nascondeva le crepe dell’inizio della fine.

Crepe che svuotavano i negozi, svuotavano le pance, e poi… Poi tutto accadde di colpo. Sentivo di fatti che non capivo, mentre altre cose le vedevo coi miei occhi: balordi che sfrecciavano dentro Mercedes prepotenti, e la gente che partiva, quasi senza nostalgia.

«Pure lo storpio dei Zaniewski è partito. E tu, Irina? – mi sputava addosso mio padre - Ma chi ti piglia a te, brutta cagna».

«Non ascoltarlo, – ripeteva mia madre - con tutte le cose che abbiamo da fare».

E imparai a non sentire e a darmi da fare. Fui presto sola, però, con due vecchi da tirare avanti. Facevo, facevo e ripensavo al giorno che mi fu offerto un impiego a 400 chilometri da casa. Corsi alla collina, poi, colma di vento, tornai a casa a dare la notizia. Ma quel giorno ci si mise anche mia madre a seppellirmi con calci e pugni: «Bastarda! Vuoi abbandonarci!».

Non li abbandonai, ma alla fine furono i vecchi, prima mio padre e poi mia madre, ad abbandonare me. Rimasi sola. Cominciai a lavare, spazzare, spolverare, come impazzita. E così, con lo strofinaccio in mano, mi trovò Svetlana. Mi raccontò di Nina, sua sorella che stava in Italia, finì dicendo: «…e tu, Irina, che ci fai ancora qui!». Decisi di partire in quel momento, ma poi non ci pensai più. Finché Svetlana tornò, eccitata, agitando una lettera: «Parti, Irina, vai a Roma». Roma, vedevo già le sue bellezze, mentre Svetlana aggiungeva, storpiando: «…Bur-ga-da Finochio». Iniziai i preparativi.

Finito, mi meravigliai di quanto piccolo e leggero fosse il bagaglio. Rifeci la casa da cima a fondo, convinta di aver dimenticato chissà che. Ma no, la mia vita era proprio tutta in quelle poche cose. Ebbi una vertigine, che sciolsi dicendomi di non aver mai vissuto attraverso le cose. Quindi chiusi la valigia e salii sull’auto che mi portava al pullman. Mi voltai indietro e nel lunotto infangato che sfocava le luci del villaggio, lessi la domanda: sto fuggendo o cerco ciò che non ho più? Mi si strinse il petto.

Alla fermata del bus venne a prendermi Adele che appena mi vide domandò: «I bagagli?». Arrossii. Marta, invece, ci aspettava a casa, contraria alla decisione della sorella di prendere una badante. L’odio tra le due si palpava: occhiate taglienti, movimenti a scatto e sbuffi di fiato dalle narici dilatate. «Parli italiano? Capisci quello che dico?», gridava Marta. Io annuivo meccanicamente: «…e sai accudire una vecchia? Sai cucinare?», stretta nelle spalle, facevo cenno di sì, ma ero stordita da una tormenta di vento.

«Basta, Marta! – intervenne finalmente Adele - Vieni, Irina, ti presento Mamma.» La vecchia, seduta sul letto dentro una nuvola di cuscini, pareva scrutarmi l’anima. Si riebbe dalla fissità con un flebile rantolo: «E tu, chi si’?», «Irina», risposi tentennante. «Buttana! – tuonò quella, indemoniata – Vattenne, buttana!». Feci un balzo, mentre Marta usciva sentenziando: «Tanto non duri!»

Invece, durò. Con Mamma avevamo raggiunto un certo equilibrio e, in buona, mi chiamava come sua sorella. Anche Finocchio non era male. Era tutto insieme e tutto diverso: razze, mestieri, lingue, bisogni, facoltà. Lì, essere diversi era l’unico modo di essere uguali. E così mi unii a quelle diversità costruendo le mie abitudini.

Uscendo di casa salutavo Franco – stava scritto sulla sponda del suo camioncino sgangherato: “Sgombri e Trasporti, Franco” –. Non conoscevo quell’uomo, lo salutavo perché mi piaceva il suo giardinetto e lui rispondeva grugnendo qualcosa con voce di carta vetrata. In borgata avevo qualche amica, ma quando ero libera prendevo l’autobus e andavo in centro. Lì incontravo Nina e l’altra metà del mio Paese emigrata. Ma soprattutto trovavo il vento di Roma, che sferzava tra monumenti eterni, vortici di foglie, e dentro la mia testa.

Anche quel giorno avevo deciso di andare. Nonostante lo sciopero, nonostante la pioggia, alle 8,30, ero alla fermata del bus. Speravo in un crumiro e invece arrivò Franco col suo camioncino. Inchiodò per guardarmi il sedere, ma quando mi riconobbe disse: «Voi ‘no strappo?». Era la prima volta che lo sentivo parlare e allora capii che quel grugnito da cinghiale non era un lamento, ma la sua voce di carta vetrata. Salii.

«Ciao, io so’ Franco, come ti chiami?», «Irina», risposi. «Ah, Irina, Irina Cocimelova», rise rauco, e fece ridere anche me.

In seguito, in più di un’occasione, ripensai al perché, poi, decisi di andare a vivere con quell’uomo, ma non perché ne fossi pentita. La sera, anche se tardi, lasciare Mamma e tornare a casa mi dava la sensazione di staccare, ma non era la ragione. Franco, lui non m’illuse, né fece promesse. Mi chiamava Irina Cocimelova e aveva smesso di lavorare per non mancare più neanche una sbronza. Non lo scelsi per farci l’amore. Fare l’amore mi stancava, faticavo a cercare un affiatamento che non capivo. E con lui era perfino doloroso, come farsi un bagno nell’acido e asciugarsi con la carta vetrata. Ciò che invece ritrovavo in fondo a ogni ragionamento era il giardino. Assurdo. Quel minuscolo pezzo di terra, insignificante a tutti, che mi fioriva dentro e fuori, rigoglioso. Quello era il solo perché, ed era la prima volta vivevo in qualcosa che non fosse vento.

Ma quando stasera Franco è tornato, ubriaco come al solito, ero disperata. «Cai fatto?», grugnisce lui in una nuvola d’alcol. «Mama è morta.», rispondo a stento. Di colpo lo vedo sprofondare in un buio irragionevole: «Puttana schifosa …mo stai senza lavoro». Scatto in piedi, ma è solo un attimo perché una tormenta furiosa mi stordisce. Una ciocca bionda impastata a pece scura s’attacca al bordo del lavello e “…d’improvviso, la testa si riempie di un frastuono di vento. Dura poco, il tempo di un ricordo, questo, poi, neanche il vento, poi nulla più.”
Augusto Monachesi

http://www.associazionemarel.net/

martedì 22 febbraio 2011

Ma che cavolo dicono questi giovani???


Nel nostro cortile, proprio sotto le nostre finestre, il mondo si rivolta. Cadono dittatori e governanti come birilli su una pista di bowling. Le potenze mondiali seguono gli eventi con apprensione, qualche ministro si domanda preoccupato: ma chi prenderà il loro posto sarà davvero democratico? Hai tempi della guerra del Golfo questo dubbio non lo sfiorava neppure. Insomma, parlano le solite voci, risuonano i soliti tromboni e io mi chiedo: i giovano cosa dicono? E soprattutto, cosa pensano di quello che succede?

Quei giovani che ancora conservano un pezzo di cervello (e sono in molti), quelli che si sono mobilitati per difendere la pace, per rivendicare la dignità delle donne, quelli che hanno lottano per una scuola migliore, consapevoli che ad aspettarli c’è un futuro incerto e "a perdere", questi giovani, con che occhi guardano le immagini confuse e sgranate degli scontri di piazza? Oppure quelle di barconi in balia delle onde, stracolmi di carne umana, riprese da telefonini uguali a quelli che portano in tasca?

I giovani degli anni ’80 e ’90, cresciuti sotto il peso oppressivo di un sistema che sembrava immutabile. Quei giovani costretti a riciclare, con poca convinzione, miti degli anni ’60 (quelli dei loro padri, alla faccia del conflitto generazionale) per avere una speranza di riscatto, come si rapportano a questo nuovo '48, '68, '15-'18. Per costoro (ma vale anche per me) ai quali la speranza di cambiare il Sistema deve essere apparsa un’impresa impossibile e l’auto-estinzione, probabilmente, l’unica via di fuga, di fronte a tanto fermento rivoluzionario, cosa cavolo dicono questi ragazzi?

La risposta? Un silenzio assordante!!!
…o almeno così mi pare.
   
Ma come proprio mentre si assiste a una pantomima scandalosa e indecente: agonia di un Sistema. Proprio quando anche i più tranquilli nonnetti s’incazzano e, inviperiti, incitano i giovani alla rivolta; proprio ora che afferrare e strattonare la gamba della sedia del potere e mandare potenti e prepotenti a culo all’aria, sarebbe cosa buona e giusta, giustificata perfino da Santa Romana Chiesa, proprio adesso, non si sente un fiato. Nessuna piazza, nessun corteo, solo un monitor che impressiona immagini che pare non impressionare più nessuno.

Com’è possibile? Mi domando. Com’è possibile che di fronte a eventi di tale portata, un sollevamento Popolare che trova confronto solo con fatti storici come la Rivoluzione Francese o quella Bolscevica, o i moti di liberazione Latino-Americani, non ci sia un Sì! di consenso, o un No! di dissenso? Insomma, nessuna presa di posizione!
Cosa motiva questo silenzio?
Forse i nostri giovani sentono lontane le motivazioni che portano i loro cugini dirimpettai e coetanei a rischiare la vita in piazza? Forse non comprendono appieno che il 99% delle rivendicazioni di questi uomini e donne sono, probabilmente, solo un anticipo di quello che, a breve, toccherà rivendicare a loro?
O forse, anche chi tra loro ha invocato a gran voce il cambiamento, ora avverte una vertigine che spaventa, come spaventa l’idea stessa di cambiare, di lasciare un certo, anche se di bassissimo valore, per un incerto inimmaginato e inimmaginabile (quello che io definisco il più grande scippo della storia, una generazione cui è stato impedito di sognare in proprio un futuro)?
Oppure, questi uomini e donne dalle facce un po’ più scure delle nostre, con quei ricci neri, come li portavamo anche noi qualche decennio fa, che parlano una lingua diversa, curiosa quando tentano di imitarci, che pregano un altro Dio, sembrano diversi, distanti, altra cosa?

Possono essere, queste, chiavi di lettura? O c’è altro? Sicuramente c'è molto altro, ma cosa? Mi sembra impossibile non porsi la domanda.
E voi, cosa ne dite voi? Ragazazzi, cosa penste?

venerdì 28 gennaio 2011

Nome e Cognome: FABRIZIO DI FEO


‘O Professore, FABRIZIO DI FEO, guardò la lastra e sentenziò: “Eccolo, è chiaro, bisogna operare!”. Seguirono parole rassicuranti, volte a distendere i tratti di un volto d’improvviso segnato dall’incertezza e intimorito, e una certa insofferenza del Professore nello spiegare, come a dire: ma mi faccia il piacere, per me queste sono quisquiglie.
A distanza di venti mesi ritiro l’ennesima Risonanza Magnetica e leggo il referto:

“Esiti da ricostruzione LCA.
Il neolegamento non è valutabile per la presenza di artefatti da suscettibilità magnetica nella gola intercondiloidea.
Iniziale quadro involutivo artrosico prevalente nel compartimento femoro-tibiale esterno dove si osservano, rimodellamento strategico marginale delle superfici articolari e fenomeni di sofferenza condrale e sub-condrale del “plateau” tibiale e del condilo femorale.
Ci sono diffuse e marcate alterazioni involutive tipo “meniscosi” delle fibro-cartillagini meniscali più evidenti a livello del passaggio corpo-corno posteriore del ME.
Distacco della giunzione menisco-capsulare al punto d’angolo postero-interno (PAPI).
Tutti i recessi peri-meniscali sono sede di spiccati fenomeni reattivo –sinoviali che si estendono alla gola intercondiloidea ed allo spazio di Hoffa.
Ispessimento cicatriziale di entrambi i legamenti collaterali.
Conservate le angolazioni e le inserzioni del LCP.
Iperpressione della facciata patellare esterna rispetto alla troclea femorale, si associano segni di discreta condropatia della cartilagine articolare femoro-rotulea.
Falda di versamento sinoviale nei recessi rotulei superiori che si estende alle rampe condiloidee.
Sovra distensione fluida delle guaine sinoviali dei gruppi muscolo-tendinei organizzata in forma cistica (cisti di Baker)”
Non ci capisco niente, ma sono sicuro che quanto scritto è la traduzione crittografata con MD5 dei dolori che mi consumano giorno e notte.
Perciò, facciamo NOME e COGNOME: FABRIZIO DI FEO, ‘o Professore; colui che mi ha rovinato il ginocchio e parte della vita.
Ma, se pur stampato e maiuscolo, bastano un NOME e un COGNOME per chiamare nel modo giusto le cose?
No! E allora ditemelo voi qual è il NOME giusto per questo…

martedì 7 dicembre 2010

Demo-Idiozie Occidentali


Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.”
L’impiegato che racconta De Andrè se ne convinse a circa 40 anni, qualcuno però, anzi, direi in molti, paiono non volerlo proprio capire. Il Potere, qualsiasi Potere insediato, si comporta nella medesima maniera di qualsiasi essere vivente, almeno per come conosciamo la vita sulla Terra: tende, cioè, a consolidare e riprodurre se stesso. Così pure le apertissime “Democrazie” Occidentali, così pure qualsiasi altra struttura di “Governo”, compresa la Feder-Calcio o l’amministrazione del condominio. E’ una questione di DNA.
Nel caso delle Demo-Ideozie Occidentali, la differenza rispetto ad altre forme di Governo più autoritarie sta esclusivamente nella capacità di tollerare la libera espressione delle “idee che non cambiano nulla”, ma, appena s’affaccia all’orizzonte una possibile, concreta, minaccia, ecco lo scatto ed ecco che immediatamente si sgretola la fragile maschera di tolleranza che copre il vero volto del Potere.
Vale per le tante manifestazioni represse con la cieca violenza, vale per JULIAN ASSANGE, fondatore di WIKILEAKS. Un’interesse particolare, in questo ultimo caso, viene essenzialmente il terreno dello scontro, la Rete, Internet, con il Ragno che comincia a produrre i guasti annunciati. Le modalità con cui il Potere conduce la sua “GUERRA” (perché è questo il termine appropriato), invece, quelle no, quelle sono pratiche viste e riviste: la censura, l’attacco alla persona, la sottrazione delle risorse finanziarie.
Personalmente, per quanto non abbia seguito con particolare attenzione la vicenda delle pubblicazioni del materiale Top-Secret, ciò che mi è arrivato non mi ha affatto sconvolto e non ha aggiunto molto a quanto già potevo ragionevolmente immaginare o, come diceva Pasolini, a quello che “io so”.
Allora, come mai ad ASSANGE il Potere riserva l’onore di tanta attenzione. A mio modesto avviso ciò che più infastidisce Potere e Potenti, rispetto alle “rivelazioni” di WIKILEAKS, è il fatto che queste mettono nero su bianco la pantomima diplomatica che ogni paese attua e che tutti conoscono. D’altronde, forse che la Russia non sappia che gli USA tentano di convincere la Polonia ad aderire allo “scudo antimissile” con la garanzia che questo la possa difendere proprio dai temuti russi, appunto? Oppure è così assurdo immaginare che gli americani ritengano Berlusconi uno zozzone megalomane?
No, in questo caso il Potere più che spaventato è infastidito: ah, quanto lavoro, quante dichiarazioni occorrerà fare per ristabilire il normale e sereno clima di falsità…   
In tutto questo non c’è nulla di strano, o di anomalo, è sufficiente non percorrere tutta la strada che porta a diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni. E, per piacere, non ce la prendiamo con le povere Demo-Idiozie.

mercoledì 1 dicembre 2010

Pubblicare un libro (testimonianza di una piccola esperienza per chi ha uno sogno ancora chiuso nel cassetto)


In questo post intendo descrivere il percorso che mi ha portato dall’aver scritto il romanzo “I treni di Fernando” fino alla sua pubblicazione (il resto, promozione e vendita, li sto vivendo in questi giorni e magari finirà in un post ad hoc). L’obiettivo è quello di provare ad essere d'aiuto e di stimolo a quanti (e ne ho conosciuti tanti) hanno uno scritto nel cassetto e non si sono ancora decisi a tentarne la pubblicazione.

  Premessa

Quando ho cominciato a lavorare ai “Treni…” non avevo idea, e nemmeno la speranza, che alla fine avrei scritto un libro, e, soprattutto, che sarei riuscito a pubblicarlo. Ovvio, quindi, che poco o nulla sapessi (e ancora oggi poco so) del mondo dell’editoria. Come molti, per sentito dire o per averlo letto qua e là, sapevo che, data la crisi del settore, molti esordienti sono costretti a pubblicare a pagamento, e che quelli che no sono solo pochi fortunati; che si può pubblicare on-line, ecc., ecc.. In ogni caso, ritenevo che riuscire a ottenere la pubblicare fosse difficile, una possibilità remota e assolutamente al di fuori della mia portata.

Cos’è stato, allora, a permettermi di arrivare ad una meta (?) che all’inizio appariva così lontana e irraggiungibile?

Be’, di certo la determinazione con cui mi sono lanciato nell’impresa? La determinazione è, permettetemi il gioco di parole, assolutamente determinante! E, purtroppo, carente, o addirittura assente, in moltissimi scrittori. Le cause di ciò, sono molte, la principale è sicuramente dovuta al fatto che i nostri scritti parlano di noi, ci “scoprono”, ci mettono a “nudo” di fronte agli altri, che, giustamente, leggendo, acquisiscono il diritto di giudicare noi e i nostri scritti.

Come fare, quindi, per trovare il coraggio, la determinazione, la forza, indispensabili strumenti, per tentare di veder pubblicati i propri lavori? E senza i quali, forse, non ha senso neanche tentare.
Nel mio caso (vale per questo, e per tutte le affermazioni che seguiranno) gli “strumenti” me li hanno forniti i lettori delle primissime voluminose e svolazzanti bozze. Il loro entusiasmo è stata la mia forza, capace di farmi superare la timidezza e l’imbarazzo naturali che si provano nei confronti del proprio lavoro. Timidezza e imbarazzo, patrimonio ambivalente di ogni scrittore principiante, sono spesso il nemico numero uno delle proprie opere.


A questo proposito ricordo un episodio. Avevo praticamente già scritto la bozza dell’intera storia, diverse centinaia di pagine, e ancora a chi mi chiedeva a cosa stavo lavorando rispondevo: “boh, un racconto, una storia”. Quando, però, il primo lettore mi disse: “bello il tuo romanzo.”, sentii un tonfo al cuore e arrossii, io, ho scritto un romanzo??? pensai, e da quel momento in avanti acquisii una consapevolezza, via via consolidata, che mi convinse a provarci “seriamente”. La stessa cosa ora la auguro a chi, con un “sogno” chiuso nel cassetto, vorrà conoscere questa mia piccola esperienza.

Avvertenze

In questo post (anche se per praticità potrò generalizzare) parlo esclusivamente della “mia” esperienza. Non c’è “verità”, volontà di insegnare nulla a nessuno, ma solo lo spirito di provare a essere utile a un amico/“collega”.
Perciò, a rischio di ripetere cose scontate e arcinote ai più, voglio partire davvero dall’inizio, dalle basi. Si tratta sicuramente di un percorso irto di difficoltà e impervio, quindi meglio partire col piede giusto e con la giusta attrezzatura.


Si parte! Sì, ma da dove?


Come detto, io ho cominciato col gettare via ogni remora, ogni timore di giudizi e pregiudizi, di vergogne e timidezze. Perché, siamo sinceri, scriviamo per essere letti. È un dato di fatto, smettiamo quell’atteggiamento adolescenziale e pseudo-romantico dello “scrivo per me stesso”. Ossia, è chiaro che lo si fa per se stessi, per una propria esigenza, per il proprio piacere. Ma è altrettanto chiaro che, consciamente o inconsciamente, aspettiamo soltanto che qualcuno posi gli occhi sulle nostre pagine e ci restituisca le emozioni che abbiamo cercato di infondervi (che, è sicuro, non saranno mai esattamente le stesse che erano nelle nostre intenzioni). Perfino i più ostinati “scrittori per se stessi”, quelli convinti fino all’ultimo a tenere occultato il proprio lavoro al pubblico, in fondo sperano che, una volta morti, qualcuno ritrovi il loro manoscritto e lo beatifichi per sempre… mah.

Decalogo in 7 punti:

Punto 1°

Ci credi davvero nel tuo lavoro? Riprendilo ora, apri una pagina a caso, leggi: ti convince? Ti piace? Deve piacerti, non piacicchiarti. Deve emozionarti, commuoverti, là dove “deve”. Ma attenzione! A questo punto non ti deve convincere che sia un capolavoro, non è ancora tempo. Deve solo produrre quegli effetti che la pagina (anche la singola pagina) si propone. Se è così, se ti funziona, devi andare avanti.

Punto 2°

 
Se quello che hai letto ha passato il tuo esame (essere onesti con se stessi non vuol dire castrarsi, in caso di dubbio sempre meglio passare alla fase 2° piuttosto che mollare) procurati almeno dai 6 ai 10 lettori e mettigli in mano le tue bozze. Costringili a leggere, fai la faccia tosta, te ne servirà comunque tanta per andare avanti. Armati di Santa Pazienza, sarai costretto a rispettare i loro tempi (ti assicuro che è abbastanza deprimente constatare che mentre tu sei in ansia anche l'amico del cuore tarda a leggere, è distratto, o se ne sbatte proprio), ma se la cosa funziona te ne accorgerai propri dal loro atteggiamento, da come procedono nella lettura e da quello che ti riporteranno. Questo è lo snodo principale, se la cosa vale lo capisci, te lo fanno capire,  e saranno loro a spingerti e a darti la forza necessaria per proseguire oltre.

Punto 3°

 
  Ora se i tuoi amici l’hanno “accesa”, se, cioè, ti hanno convinto che è proprio il caso di provarci, devi preparare il lavoro a superare l’esame della “lettura editoriale” di tipo professionale. Fermati e osserva il tuo manoscritto: come si presenta? La prima pagina, com’è? Titolo, sottotitolo (opzionale sì, ma preferito), nome, cognome recapiti telefonici e Email.

Cosa intendo? Che il lavoro si deve presentare bene, deve avere un aspetto professionale. Sicuramente sarai già esperto in questo, ma è importante e lo voglio sottolineare: che non sia mai che un buon lavoro venga gettato via (perché è questo che succede) perché si “presenta male”. Tutti i dettagli su come presentare/formattare il testo li trovi sul sito “il rifugio dell’esordiente” (bellissimo, da studiare, da consumare). Le cose principali sono comunque legate al buon senso, ad esempio: la pagina non deve essere troppo pesante; osservate i margini, il carattere, in generale lo standard del formato “cartella”; giustificate il testo; ripulite il più possibile dagli errori; numerate le pagine; rilegate sempre il volume, ecc..

Ma, dato che ho suggerito di fare riferimento al sito del “Rifugio”, ricorrete pure allo strumento della “lettura incrociata” che questi mette a disposizione: manda a loro il tuo testo perché sia letto e perché ti diano un riscontro (l’anonimato potrebbe aiutare ad aprirsi – anche se non protegge affatto dal dolore per eventuali giudizi negativi). Io l’ho usato, sono molto lenti (poverini), ma rispondono e sono seri e professionali (a me mi hanno coccolato).

Piccolo passo indietro. Arrivato a questo punto dovresti aver già provveduto (a puro titolo di scrupolo, nulla di più, la maggior parte di noi non è Dante e perciò possiamo starcene tranquilli), o al deposito del testo presso la SIAE (costo circa 100€), o alla spedizione al proprio domicilio di una raccomandata con RR contenente l’opera in busta chiusa che dovrà rimanere assolutamente sigillata. Ripeto non c’è da preoccuparsi d’altro, a meno che tu non ritenga di aver scritto la Divina Commedia, nel qual caso meglio correre alla Mondadori e lasciar stare questa lettura, la mia esperienza non ti può essere d’aiuto.

Punto 4°


 A questo punto è arrivato il momento di spedire, ma cosa? E a chi? Ancora una volta ti rimando al sito del “Rifugio”. Lì trovi un elenco di editori selezionati e targgettati in funzione di una serie di caratteristiche: genere/i pubblicati, con contributo o meno, interessati agli esordienti o no. Ti consiglio di farti un elenco di quelli che ritieni di tuo interesse. Poi, visita i loro siti per capire che tipo di editore è (ti garantisco che dopo poco si capisce). Selezionane non meno di una 50ina (non esagero, come dice il Rifugio, se non invii almeno a una 50ina di editori non puoi dire di “averci provato”).

Troverai sui loro siti a cosa ciascuno è interessato: c’è chi richiede il testo integrale esclusivamente in formato cartaceo, chi sia in formato elettronico che cartaceo, chi vuole solo una sinossi, chi sinossi + abstract o qualche capitolo. ATTENZIONE! Sempre sul sito troverai tutte le informazioni su come fare una sinossi, un abstract, una mail di presentazione di accompagnamento all’opera. Non trascurare questo aspetto, è importante quanto (e forse più) del tuo intero lavoro, è la sua confezione: compreresti una pacco di fette biscottate completamente appallottolato? E non è nemmeno facilissimo fare una buona confezione perché devi decidere cosa mettere in evidenza del tuo lavoro, devi selezionare (doloroso), devi non essere troppo timido nel pubblicizzarti, ma, ovviamente, neanche autocelebrarti.


Poi anche la mail/lettera che accompagna il lavoro dovrà essere ben preparata: dovrai far capire che sei tu il primo a crederci (altrimenti come può crederci un estraneo a cui, tutto sommato, stai rompendo pure le scatole?); dovrai far capire che sai a chi ti rivolgi (se l’editore pubblica solo collane per ragazzi che senso ha inviargli un thriller?).
Seleziona pure un po’ di concorsi letterari, ce ne sono tanti, di varia natura, tipicamente i più propongono la pubblicazione del romanzo vincitore, ma pure le menzioni non sono da buttare (io ne ho presa una e ne vado fiero).

 
Punto 5°

 
Ok, a questo punto abbiamo inviato una montagna di Email, spedito qualche pacchetto (selezionando attentamente i destinatari … per via delle spese), avendo tenuto traccia su un foglio .xls (editore; indirizzo, inviato il; risposto il; esito?; ecc., ecc.) di tutti i contatti.

Oooohhh…, il più è fatto e adesso non ti resta che aspettare.

Ansia, frenesia, fantasie, la testa vaga a immaginare scenari più o meno plausibili: il premio Strega, l’invito insistito di Fabio Fazio per andare in trasmissione, i flash che ci vogliono immortalare ad ogni costo. E’ tutto lecito, intanto il tempo passa. L’attesa mediamente va dalle 3 settimane a un anno pieno. I primi a rispondere saranno senz’altro gli editori che pubblicano a pagamento.
Due parole su questi. Ce ne sono di vari tipi, dai più …esosi (che richiedono fino a 4mila€), ai più morigerati (che possono proporre l’acquisto di un certo numero di copie la cui spesa non dovrebbe mai andare oltre le 500/700€). Rispetto a queste proposte (accettare, non accettare, quale accettare) dovrai decidere tu, senza avere fretta (come ti dicevo questi sono sempre i primi a rispondere, prendi tempo, magari più avanti potresti ricevere proposte migliori).

Non è del tutto disdicevole contribuire alla pubblicazione, ma l’entità del contributo deve essere assolutamente congrua. L’editore deve assumersi un certo “rischio d’impresa” e non scaricare tutti i costi sull’autore o addirittura lucrare su di lui. Per esperienza ti dico che, se il lavoro è valido, se i tuoi lettori di bozze nel frattempo si sono moltiplicati, vendere 100/150 copie per proprio conto non è affatto difficile.

Gli editori che pubblicano senza contributo, invece, normalmente impiegano più tempo a rispondere, ma, in genere, anche se il riscontro è negativo rispondono.


Punto 6°

 
Eccola! Finalmente nella buca delle lettere la risposta che attendevamo:

“Gentilissimo signor Mario Rossi,
siamo lieti di comunicarLe che abbiamo deciso di pubblicare il suo libro.
F.to Feltrinelli”.

Fai di corsa la valigia e preparati ad un lungo tour: Fazio, Mentana, ecc., ecc.. Non dovrai preoccuparti d’altro.

Se però invece della firma di Feltrinelli ci sarà quella dell’Ass. Abc, cosa ti devi aspettare?
Beh, che praticamente dovrai farti editor, editore, distributore e libraio, di te stesso: cioè, non aspettarti nulla (…o molto poco). Anzi impara pure a fare il marketing e preparati ad essere deriso da tutti, compresi quelli che ti stanno vicino e che già pensano che ti sia montato la testa.
Ok, non è il caso comunque di scoraggiarsi, il libro c’è, chi lo legge ti dice che è bello, che vale, ti chiede in che libreria si compra, tu, digrignando i denti, risponderai “in nessuna, li vendo io”, davanti alla faccia stupita di questi. Ma non fa nulla, qualcosa ti darà il coraggio di fare anche quello che non avresti mai pensato di fare. È il tuo libro, sono i tuoi personaggi e lo farai per loro (perché dopo un po’ i complimenti manco li senti più tuoi, ti parrà che li facciano a qualcun altro, ai tuoi personaggi, forse).

Tutta via, considerato quanto sopra, non è comunque da escludere a priori la pubblicazione on-line, o quella on-demand, o altre forme.


Punto 7°

 
Questa è, appunto, la strada che io ho percorso, ma ovviamente non è l’unica e non è detto che sia la migliore, anzi, probabilmente, mantenendo inalterati i passi, alcune scelte le rivedrei. Quello su cui mi sento di insistere è, invece, lo sprone a tentare. Comincia pure da dove vuoi tu, segui la strada che più ti si confà, consigliati e confrontati con le esperienze altrui, ma datti da fare, non lasciare ciò che c’è chiuso nel cassetto, anche se a leggere saranno in pochi. Lo scopo non è quello di mandare inutilmente altra carta al macero, né quello di diventare ricchi e famosi (impossibile), ma quello di dire agli altri chi siamo, manifestare i nostri valori, provare a far meglio la realtà con gli strumenti della creatività e della fantasia.

Perciò, in bocca al lupo!


Augusto Monachesi 
 

lunedì 29 novembre 2010

Maledetti ragazzi!!! ...ti stupiscono sempre.

Un’opportunità insperata, un’occasione unica che mi auguro vivamente di ripetere, l’incontro con i ragazzi dell’Innocenzo XII di Anzio (e, giù in fondo, spuntano pure le teste bionde di Marco e di Serena, i miei figli).
Una platea che non si accontenta di interpretare il ruolo di spettatore e, sia che si trovi di qua o di là dal Tavolo Centrale, è sempre protagonista. Mentre io e il mio “collega” Juri dall’altra parte ci stiamo solo fisicamente, perché col cuore e le emozioni siamo assolutamente con-fusi agli studenti.
Venerdì 27 novembre, per volontà e merito dell’attivissima professoressa Anna Pozzi, si è svolto un incontro tra alcuni studenti del liceo Scientifico Innocenzo XII, Juri Durazzi, autore del romanzo “Tra inverno e inverno”, e me, autore del romanzo “I treni di Fernando”.
Incontro, appunto, e non la presentazione dei due libri. Un incontro, un trovarsi assieme. I ragazzi, infatti, guidati della professoressa Pozzi, hanno preparato dei lavori che hanno riequilibrato lo scambio letterario ed emotivo, rimettendoci tutti sul medesimo (e unico possibile) piano di “autori per amore”, di persone dotate di creatività. Così, l’emozione mia e di Juri (mi prendo la licenza di interpretare anche a suo sentimento) provata nell’ascoltare le voci dei ragazzi, bravissimi, che hanno interpretato alcuni brani dei nostri lavori, non era diversa da quella che si poteva cogliere sui loro volti mentre leggevano i racconti che avevano scritto per l’occasione. Così, l’attenzione che questi hanno prestata alle nostre pagine è stata la stessa col quale ci siamo lasciati trasportare dalle loro storie: alcoliche, polifoniche e originali, leggere e pesanti come le nuvole, o dense come racconti del Tao. Così, scavalcando fisicamente la barriera del tavolo centrale, abbiamo potuto farci pubblico e accompagnare, sottovoce, le parole di Fabrizio De Andrè spiegate sul tappeto degli accordi delle loro chitarre acustiche.
Un’esperienza esaltante, alla quale ci arrivo nascondendomi la paura di non riuscire a spicciare parola (terrorizzato, tra l’altro, da mia figlia – liceale anche lei al 4° anno -, che fin dall’inizio mi fa: “guarda pa’ che quelli te se magnano.”). Un’esperienza dalla quale esco, invece, convinto di non aver sciupato un’occasione. Essendo riuscito quantomeno a dire quello che, da sempre, averi voluto poter comunicare, se mai ne avessi avuto l’opportunità, a dei ragazzi (la stessa cosa che cerco di ripetere ai miei figli, in fondo): date al mondo, e a voi stessi, il meglio di quello che avete dentro. Non è importante il mezzo: la scrittura, la musica, la fotografia, o qualsiasi altro linguaggio. Importante è non disperdere le energie preziose che possedete. E, ancora, fate vedere, leggere, ascoltare, le vostre produzioni. Certamente le nostre opere parlano di noi, specialmente se sono ben fatte, e proprio per questo bisogna superate la paura, più volte riecheggiata in sala, di mostrarle e di mostrarsi, la famosa paura di “scoprirsi”, di mettersi a nudo.
Due immagini che, a mio avviso, portano dentro i germi della volontà di incamminarsi sulla strada di uscire dal guscio, mi si sono scolpite indelebili nella memoria: quella delle mani nervose di una coppia di fidanzati che si cercano e si intrecciano nel tentativo di placare l’ansia di dover leggerSi in pubblico; e quella di una ragazza che, davanti alla proff, supplichevole domanda: “…sì, lo so, lo so, ma come si fa?”. Come si fa ad aprirsi senza correre “rischi?”, intende. Questa non è certo la meta, ma il promettente inizio di un cammino, comunque lungo e faticoso.
Aprendosi si diventa più forti. Questo è quello che MI insegnano proprio i ragazzi dell’Innocenzo XII con le loro domande, i loro sguardi attenti, e qualche richiesta di amicizia che ritrovo tra le notifiche su FB. Sono loro stessi a darmi la forza di sostenere l’incontro, di trovare le parole che cerco e che sento, e di non svenire (come mi sarebbe dovuto accadere per la mia natura ansiosa e l’indole timida).
Un’ultima, scontata, considerazione: il potenziale di energia che custodiscono dentro di loro questi ragazzi è una bomba ad altissima capacità. Compito di noi adulti è mostrare, con l’esempio, i mezzi, le possibilità, i linguaggi, le mille vie sulle quali è possibile instradare positivamente tutta questa loro energia. Questo e basta. Al resto, poi, al “cosa” fare e al “come” ci penseranno da soli. Ai vecchi spetta il compito di ricordare, ai giovani quello di cambiare.
Maledetti ragazzi! Vorresti prendertela con loro, scaricargli addosso la colpa di tanti guasti della società contemporanea, alleggerire la tua coscienza d'adulto, e invece non c’è niente da fare, ti stupiscono sempre.


Ancora un ringraziamento ai fantastici ragazzi del Liceo Scientifico Innocenzo XII e alla loro insegnate Anna Pozzi.

giovedì 21 ottobre 2010

I TRENI DI FERNANDO




Davanti ai convogli che sfilano lenti, Fernando, con la sua ingenuità fanciulla, si chiede “Come fa la gente. ...Come fanno quelli che non lo conoscono. Chi non è obbligato a dirgli cosa fare o non fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato”
“Insomma: cosa fa la gente quando, come lui, ama?
Perché lui ama, ma non sa come si fa ad amare.
Guarda a terra, sorride tra sé, mentre un locale sfila lentissimo fino a fermarsi. Rialza la testa… e davanti alla porta, due ragazzi si baciano appassionatamente.”
Così, ai treni, Fernando scopre l’amore. E cosa importa se agli occhi del mondo lui è solo un povero ritardato e Teresa un trans? Il suo è un amore potente. È un amore che cambia, lui stesso e l’accumulo di abitudini e condizionamenti che lo imprigionano da una vita. Ma i cambiamenti spaventano e rompono fragili equilibri.


mercoledì 20 ottobre 2010

NON PARLATE DI POLITICA, NON CHIAMATELA DEMOCRAZIA!


Non sopporto affermazioni come “la politica fa schifo”!

Cos’è che fa scifo?
- Il comitato affaristico-mafioso che dissangua il Paese?
- Il chiocciare isterico dentro e fuori dai Palazzi del Potere?
- Assistere allo stupro della civiltà e della dignità di una Nazione?

Bene, ma tutto questo non è Politica, anche se chi pratica queste pratiche si dice “Politico”, “Eletto dal Popolo”. Non lo è anche se questi ruba, strilla e violenta in nome del Popolo Sovrano.

Perciò, per carità, non parlate di Politica e non chiamatela Democrazia!

Dai tempi di Tangentopoli il potere ha fatto tantissima strada. Gli indagati, allora, si uccidevano, si convertivano (come Cusani), provavano a discolparsi o a negare, e la gente si esaltava, applaudiva per un avviso di garanzia recapitato al potente di turno. Oggi, quando un uomo di potere e di affari (binomio INSCINDIBILE) è scoperto con le mani nella marmellata, in qualsiasi marmellata (sesso, droga o rock&roll), si limita a fare la faccia innocente e a ricordare: “Così fan tutti”.

Questa non è la Politica e non ha nulla a che fare con la Democrazia.

E’ tutto davanti agli occhi di tutti, non c’è nulla da scoprire, l’unica fatica da fare è quella di ricordare le migliaia di casi che lo confermano. “Pane e Politica”, per dirla alla Riccardo Iacona.
Questa non è Politica e questo Sistema ha smesso da tempo di essere (ammesso che lo sia mai stato) una Democrazia. E’ evidente che siamo tornati al Feudalesimo, al Vassallaggio, e, avanti con il federalismo dell'egoismo, torneremo presto alle Signorie e ai Comuni. Chi amministra il potere è la solita ristretta cerchia di persone, sempre le stesse, sempre più imparentate tra di loro (Bossi, Bossini, La Russa, I Russini, ecc., ecc.).
Non c’è differenza tra chi siede di qua o di là dall’emiciclo dei Palazzi del Potere (guai a parlare di Sinistra o Destra), giocano tutti allo stesso gioco, perfino nella stessa squadra.

Avere schifo di tutto ciò non significa aver schifo della Politica, e il guasto non è colpa di una Democrazia che non c’è.

Al contrario, è necessario tornare ad amare la Politica, rimpossessarsene. Tornare a percepire la Politica come lo strumento per la costruzione del futuro. E’ necessario spogliare l’oligarchia affaristico/mafiosa del titolo di Classe Politica.
Se facciamo un esperimento e sottraiamo la parola “Politica” a posti come Montecitorio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi. A cosa ci farebbe pensare tutta quella gente che vi si aggira? Non c'è dubbio, proprio a quel che è: un comitato affaristico/mafioso.

La Politica è un’altra cosa, la Democrazia va conquistata, questi signorotti... scalzati.